Chi è Annamaria Torno

Dedicare un presidio ad una vittima di mafia è un passo importante e impegnativo, complesso, che richiede un lavoro introspettivo di gruppo molto significativo e senza dubbio emozionante. La nostra scelta è ricaduta su una giovane ragazza, Annamaria Torno, la cui storia ci ha colpito subito in maniera particolare, forse soprattutto per i suoi tratti poco convenzionali e al tempo stesso così vicini al nostro vissuto quotidiano.

Annamaria aveva più o meno la nostra età quando è morta. Una diciottenne come tante altre; unica differenza l’essere caduta nelle mani sporche del caporalato pugliese. È una delle tante vittime sconosciute ai più, poco famosa, che ha condotto una vita normalissima e non è morta combattendo per un ideale, ma subendo le conseguenze di un fenomeno malsano. Una voce fra le tante la sua, a ricordarci come siano migliaia le persone sconosciute e senza nome che ogni giorno soffrono e muoiono a causa della mafia, sebbene troppo spesso ci si soffermi a ricordare pochi nomi illustri.

Annamaria era una ragazza come noi, piena di gioia di vivere. Si era da poco trasferita a Ginosa per convivere con il suo fidanzato quando, il 1 marzo 1996, perse la vita in un incidente. Si trovava su un pullmino da 9 posti con altre 13 braccianti. Un tamponamento: subito si pensò a un semplice incidente stradale, ma presto si fece strada la consapevolezza che si trattava di un’altra vittima del caporalato: un fenomeno ancora molto diffuso in Puglia, Campania, Basilicata e Calabria, che lucra appunto sull’ingaggio e sul trasporto delle braccianti. Per loro natura fenomeni sommersi e di difficile individuazione, i reati di caporalato appaiono evidenti soltanto in situazioni come queste, a seguito di incidenti, morti, scandali; solo quando essi si verificano se ne sente parlare.

Annamaria è morta perché non aveva altre possibilità di un lavoro dignitoso e sicuro, ma soprattutto legale. Non ha avuto alternative, non ha avuto scelta. Il tema del lavoro, sempre più rilevante fra i giovani d’oggi e a noi in particolare molto caro, è uno degli elementi che accomunano la sua storia di vent’anni fa alla nostra quotidianità. Abbiamo voluto porre al centro del nostro dibattito e della nostra formazione proprio il fenomeno del caporalato, anche in relazione al progetto “Arance Frigie”, nato nei nostri territori e da poco andato in porto presso la questura di Torino.

La storia di Annamaria ci accompagna ogni giorno nelle nostre scelte e nelle nostre riflessioni. Ci piace ricordarla così, come una voce di ragazza innocente a testimoniarci l’importanza di resistere e contrastare le mafie, per poter riuscire un giorno a proteggere quelle persone che ancora una voce non ce l’hanno.

E’ così che immaginiamo il suo racconto:

“Sono nata giù nel Sud, in Puglia.
La mia famiglia certo non era ricca, anzi… ma il nostro vivere era dignitoso. Eravamo tanti: sei figli. Io ero la quinta. Mio padre era un uomo all’antica: prendeva lui le decisioni ed era convinto che studiare fosse una perdita di tempo, “bisogna lavorare!”, diceva sempre. Fu così che abbandonai la scuola dopo la quinta elementare. Mi mandarono a lavorare; passavo di locale in locale: panetterie, pasticcerie, bar. Arrivavo a casa stanca, mi sentivo tanto sola. Mi mancavano i miei compagni; ma mia mamma diceva che dovevo smetterla di comportarmi da bambina: “sei grande ormai!”. Poi mio padre morì: non se lo aspettava nessuno, “aveva la pellaccia dura lui!”. Fu una grave perdita, ci sentivamo privi di un punto di riferimento. Ma eravamo tanti e in qualche modo ci guadagnavamo da vivere. A quattordici anni finalmente potei iscrivermi alla scuola media. Ero più grande degli altri, ma ero così felice che non ci facevo caso. Mi trovavo bene con i miei compagni a scuola, tutti dicevano che ero vivace, energica, forse a volte un po’ troppo. Riuscivo bene a scuola, studiavo parecchio e in particolare mi piaceva il disegno: io volevo occuparmi di moda, creare gonne, vestiti, cappelli. Ero, lo dico senza vanto, una bella ragazza: alta, magra, intelligente. Forse furono i miei occhi azzurri a farlo innamorare di me, non so…Io non so cosa fu in lui che mi colpì tanto, ma successe: si chiamava Cosimo, Cosimo Venezia. Faceva il bracciante e viveva a Ginosa, un paesino di campagna vicino a Taranto. Avevamo deciso di sposarci. Io andai a Ginosa e cominciai a lavorare nei campi, come faceva lui. Il mio superiore era un tale Pietro Di Base, ma questo lo scoprii poi, allora nessuna di noi conosceva il suo nome. Era un uomo burbero e spesso diventava violento, ma non so… io ho sempre pensato che in fondo, in fondo, ci volesse bene a noi ragazze. Ci picchiava, certo, e a volte anche peggio, ma non ci faceva mai mancare il pane. Io dovevo lavorare, perché ci servivano i soldi, non ci si può sposare senza soldi, senza casa, senza niente. E così quel giorno, era il 1 Marzo 1996, salii sul pullmino, stavamo andando al campo, come ogni mattina. Eravamo quattordici, tutte amiche, c’era rumore, si chiacchierava, faceva caldo e si stava strette: non c’era posto per tutte su quel pullmino, stavamo stipate le une sulle altre. Poi i fischi dei freni, il botto dello scontro. La portiera dell’auto si apre, era rotta e non si chiudeva bene. Qualcuna urla, cerchiamo di tenerci le une alle altre, ma voliamo, sbalzate fuori dalla portiera. Sotto di noi l’asfalto e poi il buio. Sono morta così, all’età di diciotto anni.
Mi hanno detto che al mio funerale c’era tanta gente, tanti sindacalisti, tanti che volevano rivendicare i diritti delle ragazze che, come me, di diritti non ne hanno. La mia storia ha fatto scalpore e suscitato scandalo, ma io vorrei che l’ingiustizia che ho subito generasse impegno prima di tutto. Vorrei chiedere a tutti voi di non fermarvi alla rabbia, allo stupore, ma di andare oltre: leggete, capite, informatevi e poi impegnatevi affinché qualcosa cambi, perché sono sicura che di storie come la mia ne esistono ancora tante.”